Segnali di crisi nella coppia: le spie rosse dell’amore – l’intervista ai coniugi Ventriglia

“Segnali di crisi nella coppia: le spie rosse dell’amore”

Domenica 22 aprile 2018 l’ufficio di pastorale familiare della diocesi di Imola con l’aiuto di associazioni e movimenti ha organizzato una giornata per scoprire la fragilità e la forza dell’amore.

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Sarà presente una coppia di esperti: la dott.ssa Rita Della Valle, ginecologa, sessuologa, esperta della coppia e il dott. Rino Ventriglia, neurologo, psicoterapeuta, analista transazionale didatta e supervisore, presidente del Centro Logos. Abbiamo rivolto loro alcune domande.

 

La vostra esperienza professionale e umana vi ha portato ad incontrare e seguire tantissime persone e tante coppie. Come si evolve la storia di una coppia?

La storia di una coppia è come un viaggio, fatto di tante tappe. La prima è quella dell’innamoramento. Poi verrà la fase dei primi anni dell’esistenza coniugale, con la nascita dei bimbi; dopo una decina d’anni, vivrete la fase dell’organizzazione familiare a lunga scadenza, in cui ci si stabilizza sempre di più come coppia, fino alla fase in cui invecchiare insieme.

Le tappe del rapporto di coppia si possono anche paragonare alle fasi di crescita del bambino, afferma Bader rifacendosi alle tappe dello sviluppo evolutivo della psicoanalista M. Mahaler: all’inizio del rapporto di coppia si vive come un tutt’uno e gli innamorati si sentono una cosa sola, come il bambino piccolo si sente una cosa sola con la mamma. Questa prima fase si chiama simbiotica. (Bader, Pearson, 1988)

Poi il bambino cresce e comincia a gattonare, cioè a camminare “a quattro zampe”; per crescere deve perciò lasciare le braccia della mamma, separarsi da lei. Quindi si allontana, anche se ogni tanto controlla che la mamma sia presente. Ha bisogno di questo contatto perché non l’ha ancora interiorizzata, ma allo stesso tempo ha bisogno di individuarsi, di staccarsi, per crescere (fase di separazione-individuazione)

Se in questo gioco di allontanamento per esplorare l’ambiente e ritorno il bambino incontra lo sguardo rassicurante di mamma che gli dice “puoi andare”, e lo sguardo accogliente quando ritorna da lei, interiorizza la figura materna, fino a che non ha più bisogno di andare a controllare che c’è, perché è dentro di lui. Questa è la fase della “costanza dell’oggetto”..

La stessa cosa accade in una coppia: dopo la prima fase, bellissima, dell’innamoramento, il rapporto di coppia ha bisogno di una “separazione” per poter andare avanti, ognuno dei due ha bisogno di separarsi per individuarsi. Durante la fase dell’innamoramento è normale che vediamo l’altro in tutte le sue caratteristiche positive, proiettiamo tutte le cose belle che vorremmo, tutte le aspettative e le vediamo in lui, in lei. Poi invece cominciamo a vedere l’altro così com’è, non solo le caratteristiche positive ma anche qualche difetto, qualche limite. Quando in questa fase i partners continuano a cercarsi, confrontandosi sulle loro diversità, cercando un dialogo, ciascuno interiorizza l’altro. Il bisogno di appartenere profondamente al partner è soddisfatto. Si avverte che l’altro è dentro di sé.

Anche da un punto di vista sessuologico in una coppia, giungere nel loro viaggio insieme alla “costanza dell’oggetto” è molto importante perché significa che si è raggiunta la giusta distanza tra i due partner, che non è la fusione e non è nemmeno camminare su strade parallele. Quando si ha questa giusta distanza e si vivono con equilibrio la naturale spinta all’indipendenza e quella all’interdipendenza, l’incontro diventa uno scambio, un momento di dialogo (Ester Perel, 2007).

La fase della separazione/individuazione è un momento molto delicato perché possono venire dei dubbi sulla scelta del partner. C’è un picco di separazioni nei primi anni di matrimonio, proprio quando si comincia a vivere questa fase.

Ma è una fase necessaria affinché l’energia meravigliosa che Dio ha messo nel cuore di due persone per spingerle a costruire il legame, che abbiamo chiamato innamoramento, si arricchisca degli ingredienti necessari per evolvere arricchendosi dell’energia energia tesa a mantenere il legame: l’amore.

L’innamoramento, cioè, ha bisogno di arricchirsi di responsabilità, impegno, rinuncia, sacrificio, gratitudine, misericordia, tutti termini che la società del consumismo vuole archiviare, e che invece sono costitutivi dell’ amore tra due partner.

Crediamo che la coppia nasce qui, non quando ci innamoriamo, perché non ci sentiamo più fusi con l’altro, ma ci siamo riconosciuti in una diversità, abbiamo dovuto anche separarci per individuarci finché poi l’altro è dentro di noi.

La nostra vita di coppia è fatta quindi di passaggi da una fase all’altra, di momenti che possiamo chiamare di “crisi”, che etimologicamente significa ‘passaggio’.

Essi possono servire per chiarire le frustrazioni, le esigenze, le aspettative e in questo caso sono positive, ci aiutano a crescere, ma se sono rimosse o superate provvisoriamente senza essere utilizzate, c’è il rischio di un accumulo di “tossine” per la coppia, che possono corroderne l’intimità e l’unità. Quello che può accadere nella coppia è che da realtà dinamica divenga una realtà statica.

Infatti, se la coppia si ferma in una delle tappe che abbiamo descritto, senza passare a quella successiva, la relazione resta immatura e porta a difficoltà e sofferenze.

Oggi le relazioni sono fragili e la crisi di coppia spesso tocca tante famiglie. Come possiamo riconoscere una crisi in atto o che sta per arrivare?

Riflettendo sulla storia della nostra coppia e quelle di tante coppie con cui abbiamo parlato, abbiamo evidenziato alcuni segnali della crisi, come le spie che si accendono sul cruscotto dell’automobile. Quando lampeggiano bisogna fermarsi e vedere dov’è il guasto perché altrimenti si arriva alla luce rossa fissa e allora il guasto diventa irreparabile.

Vediamo ad esempio cosa accade se si verifica un arresto nella prima fase, quella simbiotica.

In una coppia è normale mettere a disposizione l’uno dell’altro i talenti che abbiamo, è normale che ci sia un livello di “simbiosi funzionale”, cioè ci si aiuta in tante cose, anche senza chiedere.

Si parla invece di “simbiosi strutturale complementare” quando in una coppia si assumono due ruoli rigidi: uno è sempre quello che ha bisogno, l’altro è sempre quello che dà. In questo caso è come se ci fosse un rapporto tra un bambino piccolo, che ha bisogno di tutto, e un genitore. La capacità di evoluzione viene meno e la coppia non cresce,

Questa è una situazione di rischio, sia per chi fa da genitore all’altro, sia per chi ha fatto sempre da figlio. Entrambi possono accumulare stati d’animo negativi: dolore, rabbia, che alla lunga portano a reazioni di rifiuto estreme.

C’è poi la “simbiosi competitiva”; in questo caso, tutto diventa motivo di litigio, per affermare un ruolo rigido. In questi casi, il vero scopo della comunicazione è voler prevalere sull’altro. Abbiamo visto più volte situazioni in cui la vita di coppia si regge su un conflitto costante, tant’è vero che abbiamo detto: “Si amano come il primo giorno, ma litigano come il primo giorno” perché si è cominciato litigando e si continua a litigare.

Se invece si verifica un arresto nella fase di separazione-individuazione, la diversità diventa conflittualità.

Ma come si possono riconoscere ed affrontare per tempo le crisi?

Per riconoscere e affrontare per tempo le crisi ci sono alcuni “segnali di allarme” a cui fare attenzione. Ad esempio, una comunicazione nella coppia che piano piano si limita alle cose da fare, mentre è molto importante parlarsi dei propri sentimenti, emozioni, esperienze anche spirituali. In questi casi è necessario fermarsi e chiedersi: “Cosa ci sta succedendo?” e trovare il modo e il tempo da dedicare alla nostra coppia.

Altre volte accade che uno dei due abbia reazioni “esplosive” inattese: qualche urlo, poi magari un piatto che vola… Perché succede questo? Probabilmente non siamo stati capaci di esprimere nel tempo i nostri vissuti emotivi. Dopo tante emozioni accumulate, all’improvviso una persona può aprire la porta e andarsene di casa e noi sentiamo dire: “Ma quella coppia andava così d’accordo, com’è che poi si sono separati?”

In altri casi, uno dei due tende all’isolamento e piano piano si ritaglia zone d’ombra, spazi solo per sé, rinunciando al dialogo perché pensa: “Questa cosa non gliela posso comunicare, perché tanto non mi può capire”. Oppure: “Questa cosa non gliela posso comunicare perché lo fa addolorare troppo; evito di dirla”. Col tempo, non dicendo tante cose, queste zone di ombra diventano sempre più grandi, oppure diventano sempre più buie.

Anche la riduzione del desiderio sessuale può derivare dalla difficoltà a comunicare, perché anche l’intimità coniugale è in fondo uno dei linguaggi dell’amore.

In tutti questi casi, è fondamentale trovare un tempo per la coppia, che favorisca la ripresa del dialogo. Il primo punto della comunicazione è saper ascoltare, fare spazio all’altro, ma poi bisogna anche capire come e quando esprimere quello che noi avvertiamo come dolore, rabbia o desiderio e questo può creare il dialogo e poi la comunione emotiva, psicologica, spirituale.

Quando ci sono delle cose che non vanno, proviamo amarezza perché non ci sentiamo capiti o siamo delusi. In questo caso, a volte inconsapevolmente, imbocchiamo delle vie di fuga.

Ne abbiamo individuata qualcuna.

L’eccessivo lavoro, ad esempio. Sappiamo quanto la crisi economica pesa sulla famiglia e quanto sia difficile oggi trovare e mantenere un posto di lavoro, però lavorare eccessivamente può essere una via di fuga, quando magari diciamo a noi stessi: “Potrei anche tornare a casa, ma resto un po’ di più al lavoro”.

Internet: quel momento in cui la sera ci colleghiamo a internet può essere una via di fuga da un partner con il quale è difficile in quel momento instaurare un dialogo.

Il gioco d’azzardo adesso è molto semplice, soprattutto nel mondo occidentale, con le sale presenti dappertutto nelle nostre città. Va bene giocare pochi spiccioli, occasionalmente, ma se si comincia sempre di più diventa una dipendenza, un mezzo anche per colmare un vuoto affettivo.

L’alcool e la droga, che annebbiano la vista e anche la vista di quel senso di dolore e di vuoto che c’è dentro.

Anche il tradimento si può considerare una via di fuga: nella coppia si è infiltrata una terza persona, perché di fatto tra i due partners, magari senza che se ne rendessero conto, si è creata una distanza che ha permesso questo, perché se il legame nella coppia è stretto nessuno entra.

In tutti questi casi, è opportuno farsi una domanda: da cosa sto scappando?

La responsabilità di due persone unite da un legame d’amore è custodirlo, non permettere a nulla e nessuno di entrare, di separare.

Quale risorsa si può utilizzare per affrontare e superare i momenti di crisi?

Un’altra risorsa di grande valore per affrontare e superare i momenti di crisi è il perdono.

Il perdono non è chiudere un occhio sulla realtà che ci fa soffrire, lasciando correre e guardando altrove; non è solo soddisfare un desiderio di giustizia; non è dimenticare l’offesa ricevuta.

Il perdono è la liberazione dall’odio, un sentimento così forte che rende presente chi ha fatto del male costantemente nella mente.

Per facilitare il cammino verso un autentico perdono è necessario riconoscere i propri limiti, comprendere i fattori esterni che hanno portato all’offesa, spogliarsi dei propri panni e, quando possibile, mettersi nei panni dell’offensore. E’ indispensabile allo stesso tempo essere consapevoli della ferita provocata dall’altro, potendo esprimere il proprio dolore, rinunciando alla vendetta ed al “risarcimento” come rivendicazione nel futuro. Chi ha ferito l’altro dovrebbe dimostrare di aver compreso il proprio errore ed impegnarsi a rassicurare il partner.

Il perdono è sempre la concessione di un “dono”. Quando lui e lei imparano a chiedersi scusa ed accettare le scuse l’uno dell’altra, la loro relazione coniugale cresce in fiducia, sensibilità e comprensione, e la coppia diventa capace anche di contagiare con questo amore rinnovato altre persone, coppie e famiglie che incontra durante il viaggio della vita. Simbolo che è possibile quella “civiltà dell’amore” agognata da Chiara Lubich.

 

Rita e Rino Ventriglia